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Ansia da separazione: come superarla

La scuola sta per riniziare e per molti di noi si presenta il primo approccio con il nido o la scuola materna, l’ansia da distacco a volte prende più a noi genitori che ai nostri figli ce lo spiega in questo articolo la dottoressa CHIARA PISTILLI: Psicologa specializzata nel supporto psicologico alla genitorialità, tutoraggio psicopedagogico per disturbi d’apprendimento, disturbi di attenzione, bisogni educativi speciali, psicoeducazione per potenziamento abilità sociali .

 

La simbiosi con il proprio figlio è una realtà che egoisticamente un genitore vorrebbe mantenere probabilmente per tutta la vita; in effetti è possibile, se la intendiamo come una simbiosi sana, di attaccamento alla figura genitoriale che dura sempre.

Per essere sana, però, questa simbiosi deve modificarsi e devono esserci dei processi di distacco anche fisico dal bambino, che fin da subito (o il prima possibile) deve essere riconosciuto nella mente del genitore come identità autonoma, altra da sé, purché generata da sé.

Questa realtà, più o meno amara a seconda della struttura di personalità di ogni genitore, inizia a presentarsi abbastanza presto, ogni volta che dobbiamo lasciare il nostro bambino nelle mani e nelle cure diqualcun altro; probabilmente più facile è lasciare il piccolo a chi è di famiglia, ma può accadere che le necessità prevedano un ausilio esterno e questo complica un po’ il tutto.

Per ansia da separazione intendiamo  la reazione di paura e di protesta che il bambino esprime quando le sue principali figure di accudimento si allontanano da lui o quando è in presenza di figure non familiari.

Compare in genere intorno agli otto mesi di vita e frequentemente si manifesta con crisi di pianto disperato, che si placano solo quando il piccolo viene rassicurato dalla presenza di chi normalmente si occupa di lui.

Si tratta di un’importante e normale fase dello sviluppo sia intellettivo sia sociale del bambino, che testimonia come egli abbia imparato a riconoscere chi si occupa di lui e abbia instaurato un legame di attaccamento, percependo in sua assenza un pericolo.

Una reazione modulata e modulabile corrisponde a una buona relazione con la figura di attaccamento.

Ciò che realmente spaventa il bambino è che quella figura per lui tanto importante sparisca per non tornare più: progressivamente, intorno ai 3-5 anni, il bambino interiorizza del tutto la consapevolezza che quell’abbandono è solo momentaneo, nonché necessario (“mamma va a lavoro” finalmente è un’idea compresa nella mente del bambino”).

Assodato che tutto ciò rientra in un normale sviluppo dell’identità del piccolo, il genitore che deve fare? Il genitore deve fare da contenitore per tutte le angosce del suo piccolo, resistendo a quelsenso di colpa e di abbandono e dando regole chiare e coerenti, rassicurando con un atteggiamento sereno che va tutto bene e che nulla di cattivo potrà accadere. Queste parole non sono per niente facili da applicare nei fatti, soprattutto se nel genitore non è matura la convinzione che così deve essere.

Spesso chi soffre di più per il distacco è proprio l’adulto, che trova in un bonario egoismo conferma dell’amore del figlio proprio il quel pianto disperato.

 

DOTT.SSA CHIARA PISTILLI

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Ciao sono Emil Ceron ho 35 anni, sono appena diventato papà e……….. me la faccio sotto! Da quando Betta, la mia dolce caramella dal ripieno frizzante, mi ha annunciato candidamente che sarei passato dall’altra sponda: quella dei genitori, ho sentito la necessità di creare questo spazio condiviso in cui incontrarci fra papà del nuovo millennio, un porto sicuro in cui confrontarci, sfogare frustrazioni da sbalzi ormonali, parlare male della suocera, mettere a confronto le nostre esperienze per imparare insieme il mestiere del papà

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